Tra la domenica e il lunedì

Dovrei cantare il mio tempo
di operaie morte in volo,
di suicidi con pistole di vetro
e dei loro scatti automatici,
di lamentevoli superstiti mai stati in pericolo,
di giovani anime incancrenite nei complotti
del sentito dire nelle chiacchiere da bar,
di politici che sconoscono l’odore della galera,
di chi non sa cosa sia l’età d’oro
né d’argento né di rame,
di diete che ingrassano l’ego e la malattia
mentre uccidono il pensiero.

Ma non ci sono rivoluzioni in me
solo un tenue attrito
tra il foglio e la penna,
tra la domenica e il lunedì.

È una grammatica di virgole e pause inutili.
Cannoni caricati a stronzate.
Datevi conforto che la storia
volge sempre al meglio.
In alternativa lo chiedo fin da ora:
per me fiori, non opere di bene.

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L’ultimo mostro

Poche erano le storie che il nonno mi aveva tenute nascoste e il motivo era sempre e solo uno: la vergogna. Non era un uomo da tenere segreti, tutto quello che potevi conoscere da lui lo aveva scritto in faccia. Tuttavia, nel corso degli anni, lui stesso mi disse di avere accudito quattro “mostri”, così li chiamava. Di tre ero venuto a conoscenza: una prostituta, uno schiaffo a suo padre, e l’aver gioito della morte del medesimo. Non avrebbe molta importanza adesso raccontarvi i particolari di questi eventi, di cui la vergogna provata e accudita è evidente. Ma per l’ultimo “mostro”, di cui venni a conoscenza solo prima che morisse, non riesco ancora a capire il nesso con il sentimento che provava.

Dormiva ancora quando arrivai e non volevo svegliarlo. Sapevo che di lì a breve sarebbe arrivato il servizio del cambio lenzuola e non avrei avuto altra scelta. La faccia ruvida, color rame come la carta vetrata, veniva colpita dalla luce fredda della stanza. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e il respiro lento. Praticamente un morto. Quell’idea mi convinse a svegliarlo.
«Perché mi fissi? Non cominciare a rompermi i coglioni di prima mattina!»
Disse prima ancora che gli mettessi sotto al naso la colazione del bar. Non risposi e aspettai che aprisse il sacchetto. Tra il cornetto e il caffè c’era il regalo giornaliero, una sigaretta. Il suo volto si illuminò quasi quanto il neon della stanza. Prima ancora di bere il caffè, scese dal letto avvicinandosi alla finestra per fumare.
«Nonno ho trovato la scatola che cercavi».
Con la sigaretta già a metà mi fece cenno di avvicinarmi. Prese la scatola tra le mani e cominciò a togliere tutto il nastro adesivo che la sigillava. Sembrava la cassaforte improvvisata di qualche bambino, che non aveva trovato altro modo per tenere lontano dal resto del mondo il contenuto della scatola.
«Vuoi una mano?»
«No!» disse secco. La faccia era dura come il guscio di una noce e gli s’induriva sempre più per lo sforzo di tenere la sigaretta in equilibrio tra le labbra. Riuscì a togliere il coperchio con fatica ma con soddisfazione. La tensione si era sciolta e le rughe si erano distese per fare passare alcune lacrime. Il contenuto era indecifrabile a prima vista: tanti fogli, una piccola scatola di caramelle, un cd, due pupazzi di plastica. Presi dalle sue labbra umide il mozzicone spento prima che lo ingoiasse. Tra tutti gli oggetti c’era anche una foto. Ritraeva mio nonno insieme ad una ragazza. Avranno avuto vent’anni. Erano abbracciati in primo piano, e si guardavano ad occhi chiusi distesi su un prato.
Si avvicinò al letto reggendosi al mio braccio e riprese subito il suo aspro contegno, come se si vergognasse di ciò che aveva appena provato. Rimasi in silenzio senza chiedere troppe spiegazioni mentre lo aiutavo a coricarsi.
«Sai cosa devi fare per vedermi morire contento?»
«No nonno, non lo so.»
«Devi distruggere questa scatola»
«Ma perché? Sembra così piena di ricordi. È la tua vita!»
«Devi capire che se il contenuto di quella scatola si fosse avverato, tu non saresti qui oggi, seduto sul mio letto a rompere i coglioni. Preferisci prendere il posto della scatola? L’uno non ammette l’esistenza dell’altro. Fate voi! A me non interessa chi deve restare, basta che non mi rompiate più i coglioni.»
«Va bene nonno, la butterò via.»

Chiuse gli occhi e si rimise a dormire a pancia in su con le braccia distese lungo i fianchi. Gli rimboccai le coperte fino al collo, notando con sollievo un volto gentile. Quando feci per andarmene rimasi ancora dubbioso della sua vergogna per quella scatola. Non ero certo del sentimento che lo aveva attraversato, ma la sua solita amarezza era stata spazzata via da un “mostro” la cui esistenza era destinata a morire con lui.

Ho tagliato i capelli da solo

Ho tagliato i capelli da solo
e ad ogni ciocca che cadeva
ho espresso un desiderio.
L’acqua li ha sciolti giù nel lavandino,
altri li ho gettati nel water
il resto tra le bucce d’arance
e la mollica del pane avanzata.
Quel binario da cui
non ho mai preso un treno
l’hanno ristrutturato
e non lo riconosco più quel
ricordo a cui tanto mi ero affezionato.
Il binario di fronte invece
è ancora il solito da due anni.
La notte quando lo vado a trovare
parliamo ancora,
parliamo poco.
Ha capito che non ci vedremo più
specialmente nelle solite condizioni:
io vestito di giallo fosforescente
lui in completo blu notte da fine novembre.

È finito tra i capelli che ho perso
anche questo tempo.
Inevitabilmente ricresceranno
come alberelli timidi trapiantati
dai boschi natii nelle città di provincia
in cerca di vita per i loro viali.
Cresceranno,
speriamo più dritti e con più desideri
da esprimere insieme alle forbici.