Sigaretta

Una macchina di stelle
una macchia di carbone

Scosso da un quarto di secolo
temo il fumo della tua sigaretta
bruciata in fretta
Il dubbio non aspetta
e tre rime in fila
mi danno la nausea
Dal mio balcone riesco a vedere
l’ombra di quella donna
esile montagna
che il mio corpo non riesce a scalare
I panni li metto ad asciugare
la notte con la vergogna
le macchie al buio
si nascondono bene
ed io nudo non ho più paura
Lasciatemi solo e incapace
che nella fuga ho sempre vinto
sarò vigliacco ma ancora in grado
di raccontare la mia marcia morale ai bambini
Se avessi ancora tempo
ti saprei spiegare con voce lenta
peccato che la tua sigaretta sia già spenta

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Martino – costruzione di un personaggio

Martino aveva già cinquant’anni quando ne aveva compiuti dodici. Portava un pullover a quadrettoni gialli e pantaloni verdi di velluto a coste.
Martino dopo la scuola, non andava al campetto dell’oratorio. Preferiva il cantiere della nuova tramvia, proprio accanto alla sede del dopolavoro ferroviario, dove a volte lo invitavano a giocare a briscola. La mamma, come tutte le mamme, capiva ogni cosa di Martino, tranne quel suo pensionamento così precoce.

L’ultimo mostro

Poche erano le storie che il nonno mi aveva tenute nascoste e il motivo era sempre e solo uno: la vergogna. Non era un uomo da tenere segreti, tutto quello che potevi conoscere da lui lo aveva scritto in faccia. Tuttavia, nel corso degli anni, lui stesso mi disse di avere accudito quattro “mostri”, così li chiamava. Di tre ero venuto a conoscenza: una prostituta, uno schiaffo a suo padre, e l’aver gioito della morte del medesimo. Non avrebbe molta importanza adesso raccontarvi i particolari di questi eventi, di cui la vergogna provata e accudita è evidente. Ma per l’ultimo “mostro”, di cui venni a conoscenza solo prima che morisse, non riesco ancora a capire il nesso con il sentimento che provava.

Dormiva ancora quando arrivai e non volevo svegliarlo. Sapevo che di lì a breve sarebbe arrivato il servizio del cambio lenzuola e non avrei avuto altra scelta. La faccia ruvida, color rame come la carta vetrata, veniva colpita dalla luce fredda della stanza. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e il respiro lento. Praticamente un morto. Quell’idea mi convinse a svegliarlo.
«Perché mi fissi? Non cominciare a rompermi i coglioni di prima mattina!»
Disse prima ancora che gli mettessi sotto al naso la colazione del bar. Non risposi e aspettai che aprisse il sacchetto. Tra il cornetto e il caffè c’era il regalo giornaliero, una sigaretta. Il suo volto si illuminò quasi quanto il neon della stanza. Prima ancora di bere il caffè, scese dal letto avvicinandosi alla finestra per fumare.
«Nonno ho trovato la scatola che cercavi».
Con la sigaretta già a metà mi fece cenno di avvicinarmi. Prese la scatola tra le mani e cominciò a togliere tutto il nastro adesivo che la sigillava. Sembrava la cassaforte improvvisata di qualche bambino, che non aveva trovato altro modo per tenere lontano dal resto del mondo il contenuto della scatola.
«Vuoi una mano?»
«No!» disse secco. La faccia era dura come il guscio di una noce e gli s’induriva sempre più per lo sforzo di tenere la sigaretta in equilibrio tra le labbra. Riuscì a togliere il coperchio con fatica ma con soddisfazione. La tensione si era sciolta e le rughe si erano distese per fare passare alcune lacrime. Il contenuto era indecifrabile a prima vista: tanti fogli, una piccola scatola di caramelle, un cd, due pupazzi di plastica. Presi dalle sue labbra umide il mozzicone spento prima che lo ingoiasse. Tra tutti gli oggetti c’era anche una foto. Ritraeva mio nonno insieme ad una ragazza. Avranno avuto vent’anni. Erano abbracciati in primo piano, e si guardavano ad occhi chiusi distesi su un prato.
Si avvicinò al letto reggendosi al mio braccio e riprese subito il suo aspro contegno, come se si vergognasse di ciò che aveva appena provato. Rimasi in silenzio senza chiedere troppe spiegazioni mentre lo aiutavo a coricarsi.
«Sai cosa devi fare per vedermi morire contento?»
«No nonno, non lo so.»
«Devi distruggere questa scatola»
«Ma perché? Sembra così piena di ricordi. È la tua vita!»
«Devi capire che se il contenuto di quella scatola si fosse avverato, tu non saresti qui oggi, seduto sul mio letto a rompere i coglioni. Preferisci prendere il posto della scatola? L’uno non ammette l’esistenza dell’altro. Fate voi! A me non interessa chi deve restare, basta che non mi rompiate più i coglioni.»
«Va bene nonno, la butterò via.»

Chiuse gli occhi e si rimise a dormire a pancia in su con le braccia distese lungo i fianchi. Gli rimboccai le coperte fino al collo, notando con sollievo un volto gentile. Quando feci per andarmene rimasi ancora dubbioso della sua vergogna per quella scatola. Non ero certo del sentimento che lo aveva attraversato, ma la sua solita amarezza era stata spazzata via da un “mostro” la cui esistenza era destinata a morire con lui.

Ti dirò

Ti dirò ti amo un altro giorno
Per non perdere questa occasione
Ti dirò ti amo domani
Affinché il presente non possa fare morire queste parole
Ti dirò ti amo per poter accorciare la distanza
Tra la lingua e il cuore
Ti dirò ti amo nel letto
Così sarà morbido sentirmi
Ti dirò ti amo con la bocca chiusa
Come le cose dette in preghiera
Ti dirò ti amo soffocato tra i capelli
E quando saranno bianchi
saranno più facili da pettinare
Ti dirò ti amo con le pietre nelle scarpe
Per non far volare via le mie parole

L’ultimo albero in fondo alla strada
Mette le foglie a primavera
Strette e fiorite
E quando l’ombra le fa riposare
Vado a dormire tra i loro rami
Allora ti dirò ti amo

(S)comandamenti

1
Ti consiglio di non usare l’imperativo, né per parlare né per pensare, con nessuno, nemmeno con te stessa. Piuttosto ammutolisci anziché sentire il verbo diventare sentenza.

2
Prova ad annoiarti nel tempo più piccolo che trovi, annoiati da sola, in compagnia, mentre mangi o fai l’amore. Prova a trovare lo spazio della tua noia.

3
Cerca di essere povera, senza oro né commercio, povera di parole, di vestiti, di sole.

4
Prova  a non dormire, a non chiudere gli occhi per ore, giorni, mesi, piangi se vuoi ma prova a non lasciarti al sonno.

5
Se puoi torna indietro, regredisci, almeno ritorna all’ultimo angolo di strada che hai appena svoltato.

6
Senza far danno, rompi tutti gli specchi che conosci

7
Se ne senti il bisogno lasciati morire, non opporre resistenza.

8
Impara a non contare più, a non essere schiava dei numeri e degli elenchi.

Sono di stagno

Sono di stagno di ferro di latta
ho il cuore di vetro
le mani di sabbia
Sono rana scimmia formica
non so nuotare
mi mangio le dita
Sono Mantegna Mondrian Chagall
ho paura del tempo
che non se ne va
Sono di more uva girasoli
come i tuoi capelli
intreccio tra i rovi
Sono Raskolnikov Orfeo Sansone
un libro socchiuso
tra il male e l’odore

Dichiarazione d’intenti

Se c’è una prima volta per tutto, dichiaro oggi di inaugurare la mia apertura al digitale. Non una battaglia facile per me, ma ragionata da anni e risolta solo oggi che forse non ha poi così senso aggiungere altri kilobyte in questa enorme nuvola di cloud che ci seppellirà.

Ma sono giunto a questa conclusione sotto l’apparente convinzione che la comunicazione sia indispensabile, anche quando il mio unico, celato e più vero bisogno non sia quello di comunicare, ma piuttosto quello di essere ascoltato. Ovviamente senza ascoltare gli altri.

Una sola scusa mi valga, cioè che io non scrivo, come tutti gli altri fanno, per propiziarmi il lettore.  Se mi è saltato in testa di registrare parola per parola tutto quanto mi è occorso da un anno in qua, vi sono stato spinto da un impulso interiore: a tal punto ero e sono colpito dagli avvenimenti. Solo questo registrerò, tenendomi lontano con tutte le forze da ciò che è secondario ed estraneo, e specialmente da ogni ornamento letterario. Un letterato scrive trent’anni di fila, e non sa, alla fine, perché abbia scritto per trent’anni. Io non sono un letterato né voglio esserlo, e a portare sul loro mercato l’intimo dell’anima mia con una bella descrizione di sentimenti mi parrebbe sconveniente e abietto. Ho però l’ingrato presentimento che non potrò evitare in tutto e per tutto sia la descrizione di sentimenti sia qualche riflessione (forse anche volgare); tanto può l’azione corruttrice di un qualsiasi lavoro letterario, nonostante sia intrapreso esclusivamente per sé.

L’incipit de “L’adolescente” di Dostoevskij spiega in modo eccezionale le mie intenzioni. Badate però di non aver paura che qui non ci saranno discriminazioni, snobismi letterari né spocchiosità altisonanti, anche se fin quanto detto sembra affermare l’esatto opposto. Provare per credere. Voglio scrivere di tutto e di tutti, sempre e solo quando avrò qualcosa da dire e le informazioni sufficienti per farlo.

Del titolo del blog parlerò nel primo vero articolo. Nell’attesa io uno shampoo me lo farei.