Sono di stagno

Sono di stagno di ferro di latta
ho il cuore di vetro
le mani di sabbia
Sono rana scimmia formica
non so nuotare
mi mangio le dita
Sono Mantegna Mondrian Chagall
ho paura del tempo
che non se ne va
Sono di more uva girasoli
come i tuoi capelli
intreccio tra i rovi
Sono Raskolnikov Orfeo Sansone
un libro socchiuso
tra il male e l’odore

Non c’è più motivo

Non c’è più motivo
di correggere i ricordi
con lo sputo dei baci vecchi,
di ritrovare coraggio e pelle d’oca
correndo a quattro mani
al porto di Livorno.
Non c’è motivo
di sederti
se ti fa così fatica stare fermo,
tanto che preferisci accorciati
piuttosto che asciugare il sudore addosso.
Non c’è più motivo
per regali e spalle incassate,
barattando la sincerità
con un barattolo di abbracci
da consumare preferibilmente
lontano dagli occhi del mondo.

La muta in pieno inverno
è processo sconsiderato,
ma altrove vivono sotto zero
e gli uccelli sanno
cos’è più giusto per te
in questo momento
come i topi sanno
quando è il momento di fuggire
dalla nave che affonda.
Le penne ricresceranno,
il freddo sarà scherzo di Carnevale
e a Natale non avrai più
bisogno di nasconderti

Ho tagliato i capelli da solo

Ho tagliato i capelli da solo
e ad ogni ciocca che cadeva
ho espresso un desiderio.
L’acqua li ha sciolti giù nel lavandino,
altri li ho gettati nel water
il resto tra le bucce d’arance
e la mollica del pane avanzata.
Quel binario da cui
non ho mai preso un treno
l’hanno ristrutturato
e non lo riconosco più quel
ricordo a cui tanto mi ero affezionato.
Il binario di fronte invece
è ancora il solito da due anni.
La notte quando lo vado a trovare
parliamo ancora,
parliamo poco.
Ha capito che non ci vedremo più
specialmente nelle solite condizioni:
io vestito di giallo fosforescente
lui in completo blu notte da fine novembre.

È finito tra i capelli che ho perso
anche questo tempo.
Inevitabilmente ricresceranno
come alberelli timidi trapiantati
dai boschi natii nelle città di provincia
in cerca di vita per i loro viali.
Cresceranno,
speriamo più dritti e con più desideri
da esprimere insieme alle forbici.

Il cielo delle rondini non è quello autunnale di fine settembre, e ormai sono quasi tutte volate via verso cieli più caldi. Eppure non mi stanco di pensare che la ricerca incessante della primavera della hirundo rustica (nome scientifico della rondine ndr), sia la metafora più leggera per parlare della mia volontà.

Volo con le rondini è infatti il titolo della mia prima raccolta di poesie. Una raccolta che ho redatto per partecipare al concorso ilmioesordio2016, indetto dal sito ilmiolibro.it. Mi sono cimentato nella costruzione di un libro totalmente in self-publishing: dalla copertina ai margini, dai numeri a piè pagina al colophon. L’interessante aspetto del concorso è la parte attiva degli utenti che sono invitati a esprimere il loro gradimento sui testi così da aiutarli ad arrivare alla fase finale. Gli utenti che si registrano al sito possono supportare il testo nella pagina del libro, dopo aver avuto modo di leggerlo. Vi do una dritta: nella sezione talent scout del sito potete leggere il testo gratuitamente e successivamente lasciare un commento o una recensione a questo link: Volo con le rondini – Salvatore David La Mendola.

Nella speranza di incuriosirvi abbastanza da fare un paio di click per scoprire di più, condivido con voi alcune delle poesie contenute nel libro. Buona lettura…

Ps: ho lasciato la tagliente lucidità dei primi due articoli per una romantica visione poetica… la domenica mi sento ispirato, ma a breve ritorno acido e borioso solo per voi.

 

SABBIA

Non lasciarmi sulla bocca
delle parole si può fare anche a meno.
Basta una sedia e molta sabbia
per darmi il castello che desidero.
Senza parole si può anche fare rumore,
fare male, fare bene
saggiamente il mare tace
e con lui anche le tue lacrime
troppo lente per raggiungerlo.
Non c’è vento che possa spingerti a lui.
Siediti anche tu
ho una stanza per gli ospiti speciali
nel mio castello.
Vedrai starai bene
e poi ho già provato
che la sabbia sugli occhi
è un ottimo rimedio

 

BINARIO 11

Margine scuro quello della mente,
colore pesto come pugni al cuore.
Maneggio ancora i pensieri del volerti
accanto a me
per un abbraccio pelle a pelle.
Poi ago e filo
per cucire un essere mostruoso ai più.
Tutto uno, uno in tutto.
Fino ad un lutto che il tempo non comprende
perché mai vivo mai morto.
Allora il cielo sarà un porto
da cui capelli a stormi
si dipaneranno su nuvole cariche di fulmini
e quando Dio vorrà
lasciarli cadere su di noi,
per illuminarci,
allora saremo due cose nuove
nel corpo di ciò che dice essere amore.

 

INFANZIE

Correvo nel cortile cieco
Come agrumi ancora duri
sbucciavo le mie ginocchia
su pietre di lava e calcare.
Correvo sotto urla abusive
sotto gli occhi di madri
maternamente fiere
di aver dato al mondo
per dare in pasto alla vita.
Correvo,
materia immobile
di sentimento crescente
con vestiti larghi per crescerci dentro.
Correvo,
e adesso sono stanco anche di camminare