(S)comandamenti

1
Ti consiglio di non usare l’imperativo, né per parlare né per pensare, con nessuno, nemmeno con te stessa. Piuttosto ammutolisci anziché sentire il verbo diventare sentenza.

2
Prova ad annoiarti nel tempo più piccolo che trovi, annoiati da sola, in compagnia, mentre mangi o fai l’amore. Prova a trovare lo spazio della tua noia.

3
Cerca di essere povera, senza oro né commercio, povera di parole, di vestiti, di sole.

4
Prova  a non dormire, a non chiudere gli occhi per ore, giorni, mesi, piangi se vuoi ma prova a non lasciarti al sonno.

5
Se puoi torna indietro, regredisci, almeno ritorna all’ultimo angolo di strada che hai appena svoltato.

6
Senza far danno, rompi tutti gli specchi che conosci

7
Se ne senti il bisogno lasciati morire, non opporre resistenza.

8
Impara a non contare più, a non essere schiava dei numeri e degli elenchi.

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Sono di stagno

Sono di stagno di ferro di latta
ho il cuore di vetro
le mani di sabbia
Sono rana scimmia formica
non so nuotare
mi mangio le dita
Sono Mantegna Mondrian Chagall
ho paura del tempo
che non se ne va
Sono di more uva girasoli
come i tuoi capelli
intreccio tra i rovi
Sono Raskolnikov Orfeo Sansone
un libro socchiuso
tra il male e l’odore

Con una sola mano

Con una sola mano
raggiungo il porto basso
in attesa di partire.
Un muro di mare
m’abbraccia la mano tesa
mentre trattengo un sorriso avaro
che un bambino vestito dalle onde
mi costringe a fare .
Bagno le dita e accendo la pipa
da aspirante marinaio
anche se non so nuotare
mi arrampico tra le onde
sempre con una sola mano
nella speranza che il naufragio
mi sia lieve alle porte di casa tua.

Vedo i quadri cantare – rassegna di sinestesie alla mostra TUTTI IN MOTO

Tra le figure retoriche più suggestive, la sinestesia è sicuramente quella che arriva ai primi posti in classifica. Il salto nel vuoto da un’esperienza sensoriale ad un’altra ci lascia sorpresi, stupefatti della nostra capacità di ascoltare ciò che si vede, di annusare ciò che si ascolta, ti sentire sotto le dita ciò che prima era passato attraverso le narici. La vista però è tiranna rispetto agli altri sensi che ne subiscono la prepotenza e non vedono (per l’appunto) riconosciuti i propri meriti.

Questa riflessione in apparenza tanto sofisticata, è solo il racconto di una mia personale esperienza. Ho avuto la splendida opportunità di fare parte dello staff della mostra “TUTTI IN MOTO!”, allestita nel riqualificato Palazzo pretorio – ora PALP – di Pontedera, visitabile fino al 18 aprile. Questo mio ruolo da privilegiato mi permette di aggirarmi nelle sale e, osservando i quadri, ho scoperto che parlano… o meglio cantano. Posso proprio dire di “aver sentito le voci” davanti ad alcuni dei quadri, ma non voci qualunque: erano quelle di cantanti le cui canzoni venivano perfettamente riarrangiate a colpi di pennello.

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Il primo incontro che ho avuto è quello tra due grandi italiani: Sironi e De Gregori. Il ciclista del pittore nativo sassarese sembra cantare “il bandito e il campione” del cantautore. Non sappiamo se il ciclista ritratto sia il campione Costante Girardengo o il bandito Sante Pollastri, perché voltato di spalle pedala in salita, però mi piace pensare che “questa storia d’altri tempi di prima del motore” sia proprio la loro. Quella di due amici con la stessa passione, ma divisi nel destino. L’effetto sinestetico è palese tanto che viene da gridare “Vai Girardengo, vai grande campione!!!”

Il corpo del ciclista occupa quasi interamente la tela. Le spalle larghe e il piede che spinge sul pedale fanno sentire lo sforzo compiuto. Non abbiamo bisogno di vedere la fronte sudata del ciclista per sentirne la fatica, la sentiamo. E fu proprio la fatica la risposta che ricevetti quando fino a poco tempo fa mi chiedevo perché tantissimi appassionati di ciclismo riuscivano a resistere, ammonticchiati su una curva al gelo o sotto il sole cocente, per vedere passare, anche solo poco meno di un minuto, il proprio beniamino: per vederlo faticare! Non è puro sadismo. È che il ciclismo è uno degli sport che più si avvicina ad essere metafora della vita. Quella stanchezza che aumenta ad ogni pedalata, la difficoltà di mantenere l’equilibrio anche nelle situazioni peggiori, e la necessità di oltrepassare il traguardo anche se da ultimi è tipico della vita.

Mi viene da ridere quando c’è chi pensa che l’arte abbia dei limiti comunicativi. Sarà che mi metto a parlare coi quadri, e questo dimostra qualche segno di squilibrio, ma vi assicuro che tutto quello che ho scritto l’ha detto e cantato Sironi… ambasciator’ non porta pena.

Ps: ho cominciato ad ascoltare anche altri quadri, se chiamate la neuro mi trovate al PALP alla mostra “TUTTI IN MOTO!”. Vi aspetto per ascoltarli insieme, ma finché non riuscite a venire potete leggere questo e i prossimi articoli.

ph: dal web

Non c’è più motivo

Non c’è più motivo
di correggere i ricordi
con lo sputo dei baci vecchi,
di ritrovare coraggio e pelle d’oca
correndo a quattro mani
al porto di Livorno.
Non c’è motivo
di sederti
se ti fa così fatica stare fermo,
tanto che preferisci accorciati
piuttosto che asciugare il sudore addosso.
Non c’è più motivo
per regali e spalle incassate,
barattando la sincerità
con un barattolo di abbracci
da consumare preferibilmente
lontano dagli occhi del mondo.

La muta in pieno inverno
è processo sconsiderato,
ma altrove vivono sotto zero
e gli uccelli sanno
cos’è più giusto per te
in questo momento
come i topi sanno
quando è il momento di fuggire
dalla nave che affonda.
Le penne ricresceranno,
il freddo sarà scherzo di Carnevale
e a Natale non avrai più
bisogno di nasconderti

Ho tagliato i capelli da solo

Ho tagliato i capelli da solo
e ad ogni ciocca che cadeva
ho espresso un desiderio.
L’acqua li ha sciolti giù nel lavandino,
altri li ho gettati nel water
il resto tra le bucce d’arance
e la mollica del pane avanzata.
Quel binario da cui
non ho mai preso un treno
l’hanno ristrutturato
e non lo riconosco più quel
ricordo a cui tanto mi ero affezionato.
Il binario di fronte invece
è ancora il solito da due anni.
La notte quando lo vado a trovare
parliamo ancora,
parliamo poco.
Ha capito che non ci vedremo più
specialmente nelle solite condizioni:
io vestito di giallo fosforescente
lui in completo blu notte da fine novembre.

È finito tra i capelli che ho perso
anche questo tempo.
Inevitabilmente ricresceranno
come alberelli timidi trapiantati
dai boschi natii nelle città di provincia
in cerca di vita per i loro viali.
Cresceranno,
speriamo più dritti e con più desideri
da esprimere insieme alle forbici.

Lo spazio del Teatro

Venerdì 11 novembre ho avuto l’opportunità di partecipare al convegno nazionale “Mani operose e teste pensanti”. La due giorni organizzata dal Cred Valdera è stata incentrata sul rapporto tra il teatro e la scuola, precisamente sul ruolo che hanno i laboratori teatrali nelle scuole. Durante l’incontro in plenaria presso il Teatro Era di Pontedera, è stato istituito il Processo al teatro nella scuola pubblica: una provocazione per raccontare il valore che i progetti teatrali hanno ma che spesso passano in sordina. Nel mio piccolo, in quanto attore amatoriale (ma proprio che bisogna amarmi per venirmi a vedere) mi è stata chiesta un’opinione. Dal canto mio ho detto questo.

Ogni spazio ha una funzione originaria, che col tempo varia o si modifica a causa dell’azione dell’uomo che usa quello stesso spazio. Ogni spazio è quindi storicamente compromesso con l’attività dell’uomo.
Le piazze, le terme, i caffè, e molti altri luoghi dimostrano come in essi la funzione principale viene col tempo alterata e subordinata alle altre esigenze di chi ne usufruisce: per tale motivo le piazze diventano il punto principale di aggregazione, le terme luoghi di affari, i caffè le dimore di rivoluzionari. Ovviamente ogni cambiamento subito è l’espressione delle esigenze di un certo periodo storico. Oggi non troviamo nei bar echi carbonari, né si va alla spa per vendere gli schiavi.
Lo spazio del teatro risulta ad oggi uno fra i principali luoghi che ha subito e allo stesso tempo stimolato questa inevitabile tendenza, tuttavia mantenendo una base solida e inalterata che si mantiene dalle origini, cioè quella della formazione di una coscienza collettività. Questo insieme alla scuola.
Non sono qui per farvi la lezione sul valore antropologico del teatro, ma in un processo istituito a dovere sul valore dei laboratori teatrali, riconosco di molto sottovalutato il problema dello spazio.
Nella mia esperienza tra scuola e teatro, fusi insieme nell’attività del laboratorio, non ho trovato l’appartenenza al luogo. Uno spazio teatrale vero e proprio non esiste; l’attività viene accolta da altri edifici che hanno altre destinazioni, e quindi altre storie, non permettendo così la crescita, la congruenza e l’unità dell’attività teatrale. In questo modo viene meno la possibilità di ricevere tutti gli stimoli inviati dall’operatore. A tale proposito, fin dal primo giorno di laboratorio, mi sono chiesto perché molti teatri restino chiusi e non diano la possibilità di respirare l’atmosfera del teatro a chi inizia da giovane un percorso da attore, anche se questo è solo ad un livello scolastico, come se questa fosse una limitazione e non un valore aggiunto. Quanto avremmo voluto poter fare le prove, un solo giorno la settimana, su un palco vero, immaginarci realmente come sarebbe stata la prima davanti al pubblico, come sarebbe stata la reale disposizione delle scenografie e delle luci. Invece raramente questa possibilità ci è stata data e per eventi collaterali al progetto.
Mi chiedo perché il teatro non assolva nuovamente alla sua funzione storica al servizio della comunità specialmente quella più giovane, e non solo dell’élite la quale spesso e volentieri partecipa solamente per il ruolo di rappresentanza che ha e non per reale interesse.
In definitiva: accuso i progetti teatrali creati senza attenzione ai fondamentali, come l’individuazione di uno spazio adeguato per lo sviluppo del progetto, e che lasciano in balia degli operatori tutta la gestione. Accuso chi detiene le redini della macchina burocratica, direttori artistici e simili, che hanno le spalle larghe solo per prendere in braccio il loro palinsesto pieno zeppo dell’illustre pantomima contemporanea di un teatro lontano dalla gente comune, lontano da quella parte di giovani che ne sono attratti ma non hanno strumenti sufficienti per partecipare. Accuso il teatro che non si apre come spazio fisico, che non fa entrare le scuole se non prima aver aperto il portafogli.
Teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi se si proponessero di essere lo spazio per cui sono stati creati.

Olivia

Olivia ha 31 anni. Olivia è una ragazza bionda, un po’ più alta della media, con due occhi neri. Olivia è bella.
Olivia non è il suo vero nome. Nessuno sa quale sia veramente. E chi lo sa lo ha dimenticato. Nemmeno sua madre la chiama più con quel nome. Olivia è Olivia.
Olivia subito dopo la scuola ha fatto una scelta. Non voleva studiare, non voleva girare il mondo, non voleva trovare l’amore. Olivia cercava un posticino dove stare per essere Olivia, e lo ha trovato proprio come il suo nome.
Olivia aveva un lavoro. Faceva una cosa banale, e come tutte le cose banali era una cosa perfetta e giusta. Olivia metteva l’olio nei bandoni, nelle saracinesche e in tutti quei meccanismi di ferro arrugginito. Per questo motivo Olivia dal primo giorno di lavoro divenne Olivia, per tutti. Perché metteva l’olio.
Olivia la conoscevano tutti in città, soprattutto in centro. Metteva l’olio a tutti i negozi. Com’era simpatica Olivia. Rideva sempre. Girava a bordo di quel vecchio motorino a cui aveva attaccato un cassone con tutti i suoi attrezzi.
Era precisa Olivia. Si era informata e cercava sempre di fare del suo meglio. Quando le facevano i complimenti arrossiva sempre e poi diceva: “Ma io non sono mica Gesù, non trasformo l’acqua in vino, semmai in olio, io sono Olivia” e rideva. Come rideva Olivia.
Non era identica a nessuno Olivia.
Adesso il motorino di Olivia non gira più per il centro con il suo permesso speciale del comune. Adesso i negozi hanno nuove serrande auto-lubrificate. Hanno una scatoletta che rilascia l’olio automaticamente ogni tot di tempo. Basta riempire quella e per farlo basta chiunque.
Adesso non serve più Olivia. Olivia infatti non c’è più. E il suo mondo è scomparso. Non c’è più il suo quaderno con le scadenza da rispettare, non c’è più il motorino da riparare, non c’è più il permesso speciale del comune per passare in centro, non c’è neanche il suo sorriso.
Adesso Olivia è tornata ad essere quella di prima, quella che si chiamava in quel modo che nessuno ricorda. Nessuno più la chiama Olivia, nessuno più la chiama.
Adesso ha saputo che lei è identica alle altre persone. Identica a quelli che ancora si stanno cercando, che cercano il proprio mondo in cui riconoscersi, che cercano la propria identità. Lei però l’aveva trovata tra l’olio su cui scivolare e le strade da percorrere ogni giorno. Lei era Olivia.

Factotum – La società dei fantuttoni

Non penserete mica di riuscire a togliervi di dosso quello che siete? Il vostro retaggio, quello che viene prima di voi, ve lo portate sempre addosso. Ma lo portate sulle spalle. È un peso per voi. Perché il passato lo mettete sul groppone. Se invece lo metteste sotto i piedi, non per farne uno zerbino lurido, ma come le rocce di una montagna da scalare, allora sareste più alti. Ma che ne sapete voi, non avete mica conosciuto quei nani sulle spalle dei giganti.Siete solo pedanti e molesti, proprio come me. spencer-tunickOr dunque volete fare un ripassino di latino, a quanto vedo. Allora iniziamo. Prima declinazione: rosa rosae rosae rosam rosa rosa. Adesso il plurale, anzi no! Voglio l’accusativo! Io accuso! Accuso il mondo intero. Nota a margine: ‘j’accuse’ Emil Zola. È la mia smania ipertrofica e desueta di farti sentire insignificante quando non capisci quello che ti viene detto. Sei contento di esserti ridotto così, anzi di esserti moltiplicato così sterile nella tua noncuranza del mondo? Io accuso te. Tu quoque bruti fili mei. Alea iacta est. Oh tempora Oh mores! Ma di che parliamo? Siamo liberi di fare tutto. Peccato che l’unica libertà che abbiamo sia quella di non essere liberi. Siamo liberi! Tranne essere liberi di non essere liberi obbligatoriamente. Non hai capito vero? Noi siamo quelli della libertà 2.0. L’hai fatto l’aggiornamento, vero? Siamo quelli che sanno fare tutto: Factotum, appunto. La società dei fantuttoni.
Credere di poter fare tutto? È il potere degli illusi.

Ps: per i pigri c’è anche l’audio:  Factotum – La società dei fantuttoni

Ph: Spencer Tunick