Ho più capelli che anima

Ho più capelli che anima
Spigoli ad ogni parola
E inciampi sopra gli occhi

Mi guardavo dall’esterno
E mi sembravo contento
Se rigavo piccoli obiettivi prefissati
svegliarsi mangiare
dormire lavorare respirare

Ho più capelli che anima
Ho più smorfie che sorrisi
In bilico negli spettacoli sui monocicli

Tuttavia erano le repliche
A rendere la mia volontà più dura
Non ho ancora trovato sacrificio
senza paura
Non sono mai stato così libero
Con tanti sacrifici
Sono questi piccoli edifici
A rendere oggi i miei pensieri più felici

Ho più capelli che anima
Non ci stanno più dentro la stanza
Se non riesci
è solo che non lo vuoi abbastanza

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Il figlio di cotone

Il figlio di cotone
Aveva per madre un occhiello
Per babbo un bottone
A sei anni già filava bene
Scriveva racconti
Su trama sottile

Il figlio di cotone
Non era stato prescelto
Da un complotto ordito
Era solo nato
Per volere di un dito
Fu mandato a bottega
Da un sarto in provincia
Tre soldi di rame
Per riempire la pancia

Il figlio di cotone
Rivestiva d’inverno gelidi letti
D’estate dormiva negli armadi
Con l’arnica nei cassetti
Era alto abbastanza nel mese di dicembre
Da coprire dei giovani le nocche
E le rughe ed i calli delle vecchie

Il figlio di cotone
Calzatala primavera
Stava dismesso in un ripostiglio
Finché non passò all’essere padre
Dall’essere figlio

Mercurio

C’erano poche differenze quando ero bambino. Dico quando ero proprio bambino bambino, tipo prima o seconda elementare. Non ricordo per niente cosa indossassero gli altri miei compagni o di che colore fosse il grembiule. Non ricordo nemmeno bene i nomi. Ricordo solo lo stupore una mattina quando una bimba mi chiese in quale anno fossi nato. Alla mia risposta fu così felicemente meravigliata da dirmi a gran voce che anche lei era nata lo stesso anno. Allora il compagno seduto un banco più avanti non riuscì a trattenersi nel dire che anche lui era nato lo stesso anno in cui io e la bimba eravamo nati. In poco tempo tutta la classe esordì in una presa di coscienza di massa che fossimo in qualche modo tutti fratelli e sorelle figli dello stesso cielo. Fortuna volle che non ci si mettesse a fare il conto dei mesi e dei giorni, che se solo il caso avesse voluto delle date uguali, dallo stupore saremmo passati ai dubbi su chi fossero davvero i nostri genitori. Ma non era così a quel tempo. A quell’età non era necessario codificare nel dettaglio le cose, e ciò non significa che ai bimbi bastino le spiegazioni facili e approssimative, non si raccontano le storielle ai bambini per farli stare tranquilli, tutt’altro! Ma era sufficiente quell’essere simili anche per una cosa scontata e pesante come il tempo che il tempo stesso diventava un gioco. Un gioco semplice che non scorre, ma ha una forma propria. Il tempo da bambini lo si può prendere tra le mani e non scivola via tra le dita, lo si può contenere per mangiarlo, plasmarlo come fosse creta, prenderlo a calci per fare goal, farlo passare tra le piccole fessure di una porta e scoprire cosa sta al di là di stanze proibite.

Io e quel bambino delle elementari non ci parliamo più o meno da quel giorno. Una grossa litigata di quelle irreparabili che solo la distanza poteva proteggere. Da quel giorno l’ho spedito su Mercurio. Ho scoperto che un giorno su Mercurio è più lungo di un intero anno terrestre. Saranno ormai 20 giorni che quel bambino delle elementari sta su quel pianeta e non sa ancora che io sono cresciuto, perché non sa che in realtà sono passati 20 anni. Non sa che sono cresciuti tutti come i compagni delle elementari, quelli delle medie e delle superiori, come gli amici sparsi per il mondo, i nemici mai dimenticati, come mio padre, mia madre e l’intera mia famiglia. Lui ancora non lo sa.

L’altra sera un venerando amico, che ancora ringrazio per le sue domande difficili, mi ha chiesto: “Come ti vedi tra dieci anni?” Non sapevo cosa rispondere e mi sono chiesto se non sia il caso di fare pace con quel bambino delle elementari relegato in solitudine, manco fosse il Piccolo Principe. Gli ho scritto una lettera di scuse e che non meritava l’esilio solo perché io dovessi sembrare più vecchio di quanto non fossi. Mi ha risposto che non fa niente e che oggi verrà da me per dirmi come sarò fra dieci, venti e cent’anni. Preparo la tavola e il vino buono, che bisogna festeggiare.

Vento d’ottobre

Se scopro l’albero e le sue radici
Vado sulla foglia più riparata
Per non guardare indietro
Avevo detto a papà
Che non sarebbe stato ragionevole continuare
Che quell’albero non l’avrebbe visto fiorire
Né gli uccelli vi avrebbero fatto il nido
Vedendolo così piccolo
Ma lui, erba secca di 58anni,
Ha detto cose che non ricordo
Racconti di spiriti, di destini
Che non siamo tenuti a conoscere
E anche se fosse diventato alto
L’albero era solo un pretesto
Per non perdere il sapore
Che ha il vento in ottobre

La formica

Supponiamo che quando una foglia si stacca dall’albero
l’albero cada insieme a lei
Supponiamo che una similitudine non abbia più bisogno del come per esserti simile
Supponiamo che un uomo aspetti più di tre giorni per risorgere
Supponiamo che io sia una formica e che porti sul dorso il mio tempo dieci volte più pesante di quanto possa apparire
Supponiamo che mi sorridi e mi spieghi che tutte queste supposizioni le conosci già
Supponiamo che domani ci vediamo al bar della stazione e prima di prendere il treno mi baci senza guardare
Supponiamo che stia per morire e non abbiamo più bisogno di nasconderci

Semaforo

Senza panni e nessun soldo
sposo le solitudini
abituate a sorridere
quando le incroci
agli incroci dei semafori rossi.
Nel verde elettrico
mi attacco come un salmone alla corrente,
di bianco in nero
di nero in bianco
suono
musica di passi petrosi
su lavici sassi.
Attraverso il ponte urbano
in una corrida cittadina:
Fermi tutti i tori!
Per una sottospecie di grazia divina.

Sabbia

Non lasciarmi sulla bocca
delle parole si può fare anche a meno.
Basta una sedia e molta sabbia
per darmi il castello che desidero.
Senza parole si può anche fare rumore,
fare male, fare bene.
Saggiamente il mare tace
e con lui anche le tue lacrime
troppo lente per raggiungerlo.
Non c’è vento che possa spingerti a lui.
Siediti anche tu
ho una stanza per gli ospiti speciali
nel mio castello.
Vedrai starai bene
e poi ho già provato
che la sabbia sugli occhi
è un ottimo rimedio

Baci fronte/retro

Bacio fronte

Se ti bacio ti do la mia parola
la mia voce.
Se ti bacio lo stormo mi sorvola
m’incorona.
Se ti bacio lo sguardo non scappa
non teme.
Se ti bacio non chiedo per favore
ma per piacere.
Se ti bacio mi permetto di immaginare
premesso il sogno.
Se ti bacio scommetto una poesia
compreso il poeta.
Se ti bacio comprendo lo stupore
dell’ultima volta.

 

 

Bacio retro

Una vela in volo che viaggia sul mare
lasciarsi perdere, su un bacio cadere
restare in attesa, sperare, temere
che un altro bacio non possa vedere.

Riprendere il largo sull’ala del vento
spiaggiarsi in deriva di una bacio lento
le ali tarpate dal pieno inverno
volare su labbra che sanno di scherno.

Scoprendo le Indie o l’Africa nera
Un bacio al tramonto di primavera
ritornando a volare prima di sera
e sulla bocca il sapore di frontiera.