Se adesso entra un fascista: semi-filastrocca semi-seria, ma non proprio ironica

Se entra un fascista
Lì dalla porta
Tu che fai?
Un fascista, sì col braccio teso
La testa rasata
E la mascella squadrata
Tu che fai?

Io? Io che faccio?
Se entra un fascista adesso?
Con la testa rasata splendente come un ce…
come un cerbiatto?
Io che faccio?
Boh, magari lo abbraccio
Sì, lo stringo forte
e gli trasmetto pace
Gli spiego che il manganello non mi piace
Che la violenza è sbagliata
Che è con la voce che si riduce ogni cazzata

Sì ma se entra un fascista di quello serio
Che mena con testate e ne va fiero
Te che fai?

Io… lo so cosa faccio
Gli faccio un discorso sulla legalità
Cito Gesù, Gramsci e ir budello di su….
No no meglio di no

Seriamente
Se entra un fascista
Gli faccio un esempio calzante
Gli dico:
<<se ora entra un mafioso,
Brutto e omertoso,
Quello classico con la lupara
Oppure quello businnes con la crana
Tu che fai?
Lo prendi a testate?
E pensi che quello
Non conosce l’amico dell’amico
Che di testate manco Mentana Enrico?!
Ntso ntso ntso,
Amico fascista
– Che poi ti chiamo amico
Ma se non cambi, è solo una svista –
Se usi i tuoi metodi non cambi nulla
Perché la violenza è di altra violenza la molla
Perché la testa non è per le testate.
A volte serve per queste filastrocche poco colte,
Altre per capire un mondo
Che ora come ora
pare un cieco che guida un sordo.

Adesso te lo chiedo con sincerità
Se ora davvero arriva un fascista
Tu, proprio tu, resti seduto là?
O vieni qua?
A darmi un bacio
Come i maccheroni con il cacio
Con la lingua o a stampo
che tu sia donna o uomo
lungo e profondo oppure lampo.
Un bacio giusto e casto
Un bacio dal treno per fare presto.

Un bacio per dimostrargli con i fatti
Che noi non ci arrendiamo
A costo di sembrare tutti matti
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E che dopo tutte ‘ste parole
Un bacetto forse se lo merita Salvatore

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Elefantico

La misura di una notte
mi contiene la parola
e mantiene la pressione bassa.
Non parlo,
nonostante un topo mi rosicchi i piedi.
Ricreare l’indifferenza di chi
mi passa accanto, mi è
difficile.
Disegno con le parole
scarabocchi e vecchi graffi,
mi prudono come ortiche,
come meduse elettriche.
L’entusiasmo di dirti che
“la vita è bella” si ammansisce
rapido come la mia capacità
di cambiare
che ritorna nella cuccia
dopo due o tre latrati alla luna.

Io: spaventa passeri di ferro
che manca sia di cuore
che di cervello.

1/4 – 25 anni in forma di poesie

Ho deciso di festeggiare il mio quarto di secolo cercando di mettere ordine nei diversi cassetti e scatoloni in cui conservo disparati taccuini, quaderni, agende, in cui scrivo quelle che per una accezione comune si chiamano poesie, nonostante io sia sempre molto restio a chiamare ciò che scrivo con questo nome.
Questa necessità si è fatta viva adesso perché sento un passaggio immenente tra due “me” che non si annullano l’uno con l’altro, ma si contemperano insieme; un passaggio del testimone insomma!
Il risultato di questa riorganizzazione è una raccolta di poesie. Il nome è proprio “1/4: 25 anni in forma di poesie”, perché all’interno di questi anni si trovano le cose che maggiormente hanno segnato le mia vita fino adesso: l’infanzia e i suoi ricordi, l’adolescenza, i cambiamenti.

Ad ogni modo spero che chiunque leggerà quanto ho scritto possa sentinrsi a suo agio tra le pareti di questi miei anni raccontanti in versi.
Ho elaborato sia una versione cartacea sia in versione ebook kindle che potete trovare a questi link:
1/4: 25 anni in forma di poesie” – versione cartacea”
“1/4: 25 anni in forma di poesie” – versione ebook kindle”

Che cos’è 1/4?
¼ è un vagone letto a sei cuccette da Catania a Modena. ¼ è la voglia di scrivere ancora su carta. ¼ saranno i figli persi negli scarichi del bagno. ¼ è un letto macchiato di piscio alle superiori. ¼ sono le lenzuola di un ospedale. ¼ sa che il caos è la prima forma di ordine. ¼ sono le rapine immaginate e mai fatte. ¼ sono i furti letterari che faccio continuamente. ¼ è il san Sebastiano di Mantegna. ¼ è la composizione in rosso, blu e giallo di Mondrian. ¼ sono i suoi nei, costellazioni sulla pelle. ¼ è la metà di cinquanta.

Credo fortemente che la metamorfosi sia lo stato naturale di tutte le cose a cui niente e nessuno può sottrarsi, nemmeno questo piccolo libro. Tuttavia le poesie che esso racchiude non hanno la capacità di trasformare, bensì quella di osservare il momento in cui la trasformazione prende vita, o altresì prende morte. Una metamorfosi allo stesso tempo concreta e divina: dalla radice alla rondine, dalla rondine al treno.

 

Tra la domenica e il lunedì

Dovrei cantare il mio tempo
di operaie morte in volo,
di suicidi con pistole di vetro
e dei loro scatti automatici,
di lamentevoli superstiti mai stati in pericolo,
di giovani anime incancrenite nei complotti
del sentito dire nelle chiacchiere da bar,
di politici che sconoscono l’odore della galera,
di chi non sa cosa sia l’età d’oro
né d’argento né di rame,
di diete che ingrassano l’ego e la malattia
mentre uccidono il pensiero.

Ma non ci sono rivoluzioni in me
solo un tenue attrito
tra il foglio e la penna,
tra la domenica e il lunedì.

È una grammatica di virgole e pause inutili.
Cannoni caricati a stronzate.
Datevi conforto che la storia
volge sempre al meglio.
In alternativa lo chiedo fin da ora:
per me fiori, non opere di bene.

Sigaretta

Una macchina di stelle
una macchia di carbone

Scosso da un quarto di secolo
temo il fumo della tua sigaretta
bruciata in fretta
Il dubbio non aspetta
e tre rime in fila
mi danno la nausea
Dal mio balcone riesco a vedere
l’ombra di quella donna
esile montagna
che il mio corpo non riesce a scalare
I panni li metto ad asciugare
la notte con la vergogna
le macchie al buio
si nascondono bene
ed io nudo non ho più paura
Lasciatemi solo e incapace
che nella fuga ho sempre vinto
sarò vigliacco ma ancora in grado
di raccontare la mia marcia morale ai bambini
Se avessi ancora tempo
ti saprei spiegare con voce lenta
peccato che la tua sigaretta sia già spenta

Martino – costruzione di un personaggio

Martino aveva già cinquant’anni quando ne aveva compiuti dodici. Portava un pullover a quadrettoni gialli e pantaloni verdi di velluto a coste.
Martino dopo la scuola, non andava al campetto dell’oratorio. Preferiva il cantiere della nuova tramvia, proprio accanto alla sede del dopolavoro ferroviario, dove a volte lo invitavano a giocare a briscola. La mamma, come tutte le mamme, capiva ogni cosa di Martino, tranne quel suo pensionamento così precoce.

L’ultimo mostro

Poche erano le storie che il nonno mi aveva tenute nascoste e il motivo era sempre e solo uno: la vergogna. Non era un uomo da tenere segreti, tutto quello che potevi conoscere da lui lo aveva scritto in faccia. Tuttavia, nel corso degli anni, lui stesso mi disse di avere accudito quattro “mostri”, così li chiamava. Di tre ero venuto a conoscenza: una prostituta, uno schiaffo a suo padre, e l’aver gioito della morte del medesimo. Non avrebbe molta importanza adesso raccontarvi i particolari di questi eventi, di cui la vergogna provata e accudita è evidente. Ma per l’ultimo “mostro”, di cui venni a conoscenza solo prima che morisse, non riesco ancora a capire il nesso con il sentimento che provava.

Dormiva ancora quando arrivai e non volevo svegliarlo. Sapevo che di lì a breve sarebbe arrivato il servizio del cambio lenzuola e non avrei avuto altra scelta. La faccia ruvida, color rame come la carta vetrata, veniva colpita dalla luce fredda della stanza. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e il respiro lento. Praticamente un morto. Quell’idea mi convinse a svegliarlo.
«Perché mi fissi? Non cominciare a rompermi i coglioni di prima mattina!»
Disse prima ancora che gli mettessi sotto al naso la colazione del bar. Non risposi e aspettai che aprisse il sacchetto. Tra il cornetto e il caffè c’era il regalo giornaliero, una sigaretta. Il suo volto si illuminò quasi quanto il neon della stanza. Prima ancora di bere il caffè, scese dal letto avvicinandosi alla finestra per fumare.
«Nonno ho trovato la scatola che cercavi».
Con la sigaretta già a metà mi fece cenno di avvicinarmi. Prese la scatola tra le mani e cominciò a togliere tutto il nastro adesivo che la sigillava. Sembrava la cassaforte improvvisata di qualche bambino, che non aveva trovato altro modo per tenere lontano dal resto del mondo il contenuto della scatola.
«Vuoi una mano?»
«No!» disse secco. La faccia era dura come il guscio di una noce e gli s’induriva sempre più per lo sforzo di tenere la sigaretta in equilibrio tra le labbra. Riuscì a togliere il coperchio con fatica ma con soddisfazione. La tensione si era sciolta e le rughe si erano distese per fare passare alcune lacrime. Il contenuto era indecifrabile a prima vista: tanti fogli, una piccola scatola di caramelle, un cd, due pupazzi di plastica. Presi dalle sue labbra umide il mozzicone spento prima che lo ingoiasse. Tra tutti gli oggetti c’era anche una foto. Ritraeva mio nonno insieme ad una ragazza. Avranno avuto vent’anni. Erano abbracciati in primo piano, e si guardavano ad occhi chiusi distesi su un prato.
Si avvicinò al letto reggendosi al mio braccio e riprese subito il suo aspro contegno, come se si vergognasse di ciò che aveva appena provato. Rimasi in silenzio senza chiedere troppe spiegazioni mentre lo aiutavo a coricarsi.
«Sai cosa devi fare per vedermi morire contento?»
«No nonno, non lo so.»
«Devi distruggere questa scatola»
«Ma perché? Sembra così piena di ricordi. È la tua vita!»
«Devi capire che se il contenuto di quella scatola si fosse avverato, tu non saresti qui oggi, seduto sul mio letto a rompere i coglioni. Preferisci prendere il posto della scatola? L’uno non ammette l’esistenza dell’altro. Fate voi! A me non interessa chi deve restare, basta che non mi rompiate più i coglioni.»
«Va bene nonno, la butterò via.»

Chiuse gli occhi e si rimise a dormire a pancia in su con le braccia distese lungo i fianchi. Gli rimboccai le coperte fino al collo, notando con sollievo un volto gentile. Quando feci per andarmene rimasi ancora dubbioso della sua vergogna per quella scatola. Non ero certo del sentimento che lo aveva attraversato, ma la sua solita amarezza era stata spazzata via da un “mostro” la cui esistenza era destinata a morire con lui.

Ti dirò

Ti dirò ti amo un altro giorno
Per non perdere questa occasione
Ti dirò ti amo domani
Affinché il presente non possa fare morire queste parole
Ti dirò ti amo per poter accorciare la distanza
Tra la lingua e il cuore
Ti dirò ti amo nel letto
Così sarà morbido sentirmi
Ti dirò ti amo con la bocca chiusa
Come le cose dette in preghiera
Ti dirò ti amo soffocato tra i capelli
E quando saranno bianchi
saranno più facili da pettinare
Ti dirò ti amo con le pietre nelle scarpe
Per non far volare via le mie parole

L’ultimo albero in fondo alla strada
Mette le foglie a primavera
Strette e fiorite
E quando l’ombra le fa riposare
Vado a dormire tra i loro rami
Allora ti dirò ti amo

Noi non siamo un paese fascista

Caro rifugiato, cara rifugiata,
volevo dirti che Noi non siamo un paese fascista.
Lo so, avresti ragione a pensare il contrario dopo quello che è successo giovedì 24 agosto, nella piazza proprio di fronte alla tua casa, o almeno quella che avrebbe dovuto accoglierti come tale.
Ci tengo a dirti che Noi non siamo un paese fascista nonostante ci siano questi ducetti da tastiera continuamente in agguato che commentano notizie o presunte tali per dimostrare la loro miseria d’animo, inneggiando a punizioni e pulizie in un itagliano sgrammaticato che fa vergogna alla nostra lingua di cui tanto si vantano. Parlano e lo fanno appellandosi al diritto della libera espressione, quando per primi vogliono fare tacere gli altri.
Noi non siamo un paese fascista, perché noi sappiamo che l’unica cosa che non va tollerata è l’intolleranza.
Caro rifugiato, cara rifugiata, che hai subito lo sgombero e le cariche della polizia, viziata dalla scusa del “me lo hanno ordinato”, e che hai dovuto raccogliere il frutto di una mala politica a cui nemmeno noi siamo incolumi, te lo ripeto: Noi non siamo un paese fascista.
Noi, io e te, non siamo un paese fascista, perché questo paese lo siamo insieme.
Sai cosa c’è di fascista in questo paese?
La memoria anacronistica di molti italiani e italiane che non sanno (o fanno finta di non sapere) di cosa parlano, perché se fossimo un paese fascista sarebbero i primi ad essere fatti fuori per la loro corruzione e il loro costume dissoluto, stando a quanto diceva lvi. E poi diceva “Gli italiani non sono un popolo adatto al mio disegno! È la materia che mi manca!” quindi cosa sperano?! E se nonostante tutto vogliono “versare il tributo per un’epoca che mai hanno vissuto” e perseguire ostinati questa strada, che lo facciano in un altro paese, non nel nostro.
Sai cos’è fascista? Pensare che la violenza sia una soluzione riparatoria.
Sai cos’è fascista? Che nonostante l’uguaglianza formale e astratta della legge e della Costituzione, a parità di diritti in questo paese non esistano pari opportunità concrete di lavoro, di studio e di emancipazione personale.
Noi non siamo un paese fascista e loro, quegli italiani e quelle italiane che riesumano questo morto vivente non sanno di essere “fin troppo ignoranti anche per essere fascisti, figuriamoci per essere qualcos’altro”.
Non possiamo permetterci di lasciare questo paese a chi pensa, ragiona, parla, giudica, sentenzia e vota da fascista.
Questo paese siamo noi: io e te. Va cambiato è sicuro, ma non è fascista perché siamo io e te. Perché ci sono tanti nati in questo paese che non vivono per puntare il dito, ma si impegnano a cambiare le cose ogni giorno: sono donne, sono uomini, padri, madri, ragazzi e ragazze, associazioni e volontari. Ognuno di loro sta lavorando per cambiare il nostro paese e per non lasciarlo in mano a questi miserabili vomitatori di odio represso.

Spero che queste parole ti facciamo coraggio in questo momento e che tu possa restare in questo paese insieme a noi. Spero che quello che è successo a Roma non si ripeta. Spero di vederti presto felice, come è nostro diritto esserlo.

Un abbraccio

 

*la parola rifugiato è usata in riferimento ai fatti Roma del 24 agosto, ma può essere benissimo sostituita con immigrato/straniero/migrante e altri sinonimi.

Senza titolo #1

Che vita è
Quella vita che non gioca
Che vita è
quella vita che cerca i giorni nei bar
nei baci lasciati sui bicchieri
Che vita è
quella vita che guarda l’ingiustizia dal divano
Che vita è
Quella vita che non arrossisce
Che vita è
Quella vita sottomessa
alla cattedra di un prete
Che vita è
Quella vita che biasima il mare
per la sua grandezza
Che vita è
quella vita consumata
sui banchi marci dell’orgoglio
Che vita è
Quella vita rincorsa sui solchi
lasciati dei profeti mascherati
Che vita è
quella vita stretta alla catena del rancore

Il tuo silenzio è scelta
La vostra tana è un rifugio sicuro
Tanto quanto lo sarà la vostra tomba.

Che vita è
Quella vita già morta?

Banale e tiepida la mia domanda
Sarà di certo più dissetante
Della secca religione che vi guida.
Tra Tiresia ed Edipo ostinato
Non vi è dubbio su chi fosse cieco

Disegno di Giampaolo Melzi